Famiglie nobili
30-10-2017 | Stile e Cultura
Scritto da: Giancarlo Roversi
Famiglie nobili di fronte alla cattedrale
Proprio di fronte all’isolato che diventerà prima il Seminario Arcivescovile e poi l’Hotel Baglioni sorse la cattedrale, il polo principale della devozione e liturgia cattolica, la sede del vescovo e dei canonici, la chiesa dove tutti i cristiani della città venivano battezzati. Il battistero, dedicato a san Giovanni Battista, infatti, occupava un tratto di strada proprio di fronte alla facciata della cattedrale, come in tante città, dove questa struttura indispensabile alla vita cristiana è ancora esistente: a Parma, a Firenze, a Pistoia. La cattedrale, del resto, era una piccola chiesa, che nel 1141 fu distrutta da un incendio e subito ricostruita in nuove forme romaniche.
Attorno alla cattedrale si collocarono le case di alcune delle famiglie più vicine al Capitolo, ai vescovi che si succedettero sulla cattedra bolognese, ma anche famiglie che non appaiono vicine al potere civile esercitato dalla gerarchia ecclesiastica. Sappiamo infatti che sia nella parrocchia di San Pietro che in quella di Sant’Andrea dei Piatesi, rispettivamente accanto e di fronte alla cattedrale, presero sede, almeno nel XII secolo se non prima, le famiglie Ariosti, Piatesi e Carbonesi, di cui i primi occuparono spesso posti in Capitolo e si spartirono quel potere che la struttura della Chiesa bolognese deteneva, e diedero anche un vescovo alla città. Con l’avanzare del Medioevo, infatti, vediamo importanti famiglie cittadine, spesso di origine comitatina, ma anche di schietta nascita urbana, condizionare con la loro potenza sociale ed economica le scelte della gerarchia ecclesiastica.
Bisogna d’altra parte considerare che i vescovi non avevano solo un compito spirituale, ma che nei primi secoli cristiani, dopo la decadenza e inattività delle magistrature statali, assunsero anche compiti laici, di guida della popolazione, di stimolo alla costruzione, manutenzione e gestione delle strutture pubbliche, come le mura, e di organizzazione della rappresentanza politica.
Di altre famiglie che presero sede nell’isolato non conosciamo la precisa collocazione politica, ma grazie alle rilevazioni fiscali, indette alla fine del XIII secolo dal Comune di Bologna, sappiamo che erano insediati verso via Indipendenza i Perticoni e i Gabriozzi (consorti dei da Castello), i Galluzzi, i Bazaleri, i Azzoguidi e gli Oseletti. Nella parte più occidentale, verso la rocca imperiale, avevano le loro case i da Castello e i Malavolti, derivati dagli Ubaldini, nobili della montagna verso i confini con il Fiorentino.
I da Castello alle loro origini non erano nobili, ma piuttosto legati allo Studio: ebbero un famoso giurista, Alberto, che alla metà del XII secolo chiamò a insegnare a Bologna il collega Piacentino. Probabilmente trassero il loro nome proprio dall’avere preso sede nell’area del castello imperiale, in cima al rilevato di via Porta di Castello. A loro erano legati da parentela e da patti di fedeltà e aiuto reciproco i Gabriozzi e i Perticoni, che tuttavia scomparvero presto, non giungendo alla fine del Medioevo, al contrario dei da Castello, che anzi prosperarono e occuparono posti preminenti nell’aristocrazia cittadina, fra l’altro nel Senato, trasformando il loro nome in Castelli. Per la verità nel primo periodo comunale furono piuttosto i Perticoni a darsi all’attività politica: conosciamo un Guido Perticoni console del comune nel 1174 e nel 1175 e un Rolando di Arduino nel 1178.
Un ramo della famiglia Galluzzi aveva sede in questo isolato, ma tutti sanno che le loro case con torre si trovavano in Corte Galluzzi, cioè sempre all’interno della città più antica, racchiusa dalle mura di selenite, vicino all’angolo sud-orientale.
Anche i Galluzzi parteciparono alle istituzioni del comune aristocratico consolare, con un Rolando di Pietro de Henrico che fu console nel 1174.
Anche gli Azzoguidi possedevano un’alta torre, quella detta anche Altabella, una vera torre nata per la difesa della consorteria: era infatti a pianta quadrata e senz’altro più alta di oggi, che pure misura in altezza la considerevole cifra di 61 metri.
È anche l’unica torre bolognese quasi perfettamente diritta e da questa sua particolare saldezza prese il nome.
Gli Azzoguidi paiono essere stati sempre di parte guelfa e accesi partigiani dei Pepoli, e come tali parteciparono fra il XIII e il XIV secolo alla vita politica comunale. Ma non dimentichiamo, ormai tramontate le lotte di fazione, che Baldassarre Azzoguidi fu il primo tipografo bolognese nella seconda metà del Quattrocento. Con le loro case che sembravano stringere a tenaglia l’episcopio, fra via Altabella e la piazza di San Pietro, circondavano la cattedrale.
Una torre Oseletti si vede ancora in strada Maggiore sovrastare il vicino palazzo Sanguinetti, ma questa famiglia aveva un’altra torre in via Altabella, oggi non più esistente ma di cui fu scoperta la base in grossi parallelepipedi di gesso nel 1817. Paiono essere stati accesi geremei, cioè guelfi, fin da quando un Auxilittus fu console nel 1156, ancora con il suo discendente Uguzzo Oseletti che ricoprì questa carica nel 1186 e anche nel XIII secolo, quando pure qualche esponente della famiglia fu bandito come lambertazzo.
Ma già la famiglia si stava estinguendo e scomparve dal panorama sociale cittadino nel XIV secolo. I Carbonesi polarizzarono la loro presenza in città in due zone precise, quella dove avevano anche la cappella gentilizia, in prossimità di porta Procola, all’angolo fra via D’Azeglio e via Carbonesi, e quella di fronte alla cattedrale, dove possedevano una torre che era ancora ben visibile quando Filippo de’ Gnudi tracciò la sua pianta scenografica della città nel 1702.
I resti della torre riemersero nel 1872 abbassando il portico del Seminario, dimostrando che la torre aveva una larghezza di 6,46 metri per lato e uno spessore dei muri di circa 2 metri. Doveva cioè essere anche questa una torre più per la difesa che per l’abitazione, utile alla consorteria quando qualche attacco di nemici costringeva alla difesa o quando dal rifugio sicuro delle sue mura si progettava una sortita contro i nemici stessi. Anche questa famiglia compare presto nell’organizzazione consolare del comune, con Ospinello Carbonesi, che fu fra coloro che guidarono il comune come console, sia nel 1173 sia nel 1185, imitato da Maso nel 1186 e da Dotto di Timone nel 1188.
Solo nel 1156 fu console Ugo di Ildebrando da Riosto: questa famiglia possedeva l’altra torre che caratterizzava questo isolato, proprio di fronte alla cattedrale; e per la verità i da Riosto o Ariosto o Ariosti avevano case anche accanto alla chiesa maggiore bolognese e furono fra quelle famiglie che maggiormente parteciparono alla vita istituzionale della Chiesa bolognese. Gerardo Ariosti infatti fu vescovo di Bologna fra il 1198 e il 1213, dopo avere fatto parte del Capitolo. Ma altri Ariosti si dedicarono al commercio e al credito, ricoprendo cariche elettive all’interno delle corporazioni di mestiere, come Alberghetto, console dei mercanti e giudice nel 1212 e nel 1214, o cariche politiche del comune, come Rainerio, console di giustizia nel 1220 e appartenente alla curia e al consiglio nel 1219. La loro torre, però, che stava all’incirca in corrispondenza del quarto arco dell’elegante portico del Seminario, aveva la base rettangolare, di 5,95 per 6,77 metri, ma soprattutto aveva i muri alla base spessi solo 1,32-1,38 metri: si può quindi ritenere che non avesse solo funzione difensiva ma anche abitativa, collegata alle case vicine, e fosse pertinente solo alla famiglia e non a una vasta consorteria.
I Malavolti sono interessanti, al contrario, perché non ebbero mai rapporti con il Comune di Bologna, non parteciparono mai alle magistrature elettive cittadine, non vollero - diremmo oggi – integrarsi nella forma politica comunale. Derivando da un’antica famiglia nobiliare e feudale del comitato fra Bologna e Firenze, gli Ubaldini, insieme ai signori di Loiano, probabilmente mantennero maggiori legami con l’aristocrazia del territorio, con i loro possessi fondiari della montagna, con la forma politica signorile e ghibellina.
C’erano anche ben due chiese legate al ricordo del castello imperiale e non lontane dalle abitazioni dei da Castello, entrambe nella via Porta di Castello e sulla cima dell’altura: San Luca, ancora presente nella Pianta Vaticana, e Santa Maria di Castello, nelle case dei Malavolti, ma presto scomparsa dal panorama urbano.
Affacciati alle mura
Quando la civiltà romana, sfibrata e logorata dal passare del tempo, cedette alle novità che avanzavano e la trasformavano, cioè quando le frontiere d’Italia non bastarono a contenere le invasioni e occupazioni di popoli barbarici e questi cominciarono a far parte del panorama umano e sociale della penisola, le città cercarono di difendere, in piccole isole cerchiate di mura, quanto era stato costruito in secoli di civiltà.
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