Storia
L’imponente edificio nacque come Seminario Arcivescovile e venne costruito di fronte alla Cattedrale di San Pietro. Il progetto fu affidato all’architetto Alfonso Torreggiani, su impulso del cardinale Prospero Lambertini, divenuto Benedetto XIV nel 1740.
L’area, attraversata da un’antica strada romana, ospitava in precedenza le dimore medievali delle famiglie Ariosti, Rustighelli e Arrigoni.
Nel 1912 il palazzo fu trasformato in albergo, avviando un’attività che proseguì fino al 1978. L’attuale configurazione del Grand Hotel Majestic “già Baglioni” è il risultato di un attento intervento di rilettura architettonica, che ha restituito valore alle strutture originarie del Torreggiani e valorizzato nuovi spazi, tra cui la suggestiva vista ottagonale sulla Torre di Palazzo Fava.
Soggiornare in hotel significa immergersi in un contesto che conserva e valorizza importanti testimonianze artistiche. Tra queste, la Sala Europa, adiacente a Palazzo Fava, rappresenta una delle più alte espressioni della pittura del Cinquecento: un autentico capolavoro decorato con gli affreschi di Agostino Carracci, Annibale Carracci e Ludovico Carracci, che narrano il mito del ratto d’Europa.
In questo scenario di straordinaria intensità culturale, meeting e convegni acquisiscono un valore distintivo, arricchendosi di un contesto unico e di grande prestigio.
Il palazzo
L’imponente edificio che oggi ospita il Grand Hotel Majestic “già Baglioni”, da oltre un secolo tra gli hotel più prestigiosi d’Italia, sorge lungo la via più rappresentativa del centro storico di Bologna e nasce con una destinazione ben diversa.
Nel 1732 il cardinale bolognese Prospero Lambertini — divenuto poi Benedetto XIV — avviò la costruzione di un nuovo Seminario Arcivescovile, affidando il progetto all’architetto Alfonso Torreggiani. I lavori si protrassero per circa vent’anni e nel 1751 i seminaristi poterono trasferirsi nei nuovi spazi.
Nel 1772 il cardinale Vincenzo Malvezzi fece realizzare il portico a 23 archi lungo l’attuale via dell’Indipendenza, su progetto dell’architetto Francesco Tadolini, con l’obiettivo di ampliare e rendere più fruibile l’area antistante la Cattedrale di San Pietro.
La struttura del Grand Hotel Majestic “già Baglioni” si integra con quella del vicino Palazzo Ghisilardi Fava, uno dei più significativi esempi di architettura rinascimentale bolognese, edificato tra il 1484 e il 1491 su progetto di Mastro Zilio Montanari. Oggi il palazzo è parte del percorso culturale promosso da Genus Bononiae – Fondazione Carisbo, teso a valorizzare il patrimonio e il carattere peculiare della città di Bologna.
Il palazzo è collocato in una delle aree di maggior interesse archeologico e architettonico del centro storico di Bologna.
Situato in prossimità dell’incrocio tra i due assi principali del sistema viario romano — il cardo (oggi via dell’Indipendenza, direttrice nord-sud) e il decumanus maximus (oggi via Rizzoli e via Ugo Bassi, tratto urbano della via Emilia del 189 a.C., direttrice est-ovest) — conserva nelle sue fondamenta numerose stratificazioni edilizie che si susseguono e si intrecciano dall’epoca antica all’alto Medioevo.
Nei locali sotterranei del Grand Hotel Majestic “già Baglioni” è ancora oggi possibile osservare una sezione stradale di circa dieci metri, appartenente a uno dei decumani minori, caratterizzata da un eccellente stato di conservazione che ne rivela chiaramente la composizione stratigrafica.
Nel giugno del 1909 l’edificio del Seminario Arcivescovile fu venduto dalla Curia e trasformato in hotel dall’ingegner Gasperini.
La posizione privilegiata, unita alla vicinanza ai teatri e ai luoghi più frequentati dell’epoca, rese rapidamente il Baglioni una delle mete più ambite del turismo d’élite.
Nel 1924 venne aggiunto un ulteriore piano. Nella notte del 18 ottobre 1944, nel tentativo di colpire un commando nazista stanziato presso l’hotel, sei membri dei G.A.P. (Gruppi di Azione Patriottica) collocarono una carica di tritolo nelle vicinanze dell’edificio, distruggendone la parte centrale e parte della facciata. L’aspetto attuale è quindi il risultato, anche, degli interventi di ricostruzione realizzati nel periodo successivo.
Affreschi e dipinti - il camerino d'Europa
Al piano nobile del Grand Hotel Majestic “già Baglioni” si trova una delle sale affrescate di maggior pregio e interesse storico-artistico dell’edilizia civile bolognese: il cosiddetto “Camerino di Europa”. Quest’opera rappresenta probabilmente la prima importante commissione affidata ai fratelli Agostino Carracci e Annibale Carracci. L’incarico giunse in modo fortuito: il padre Antonio, sarto del conte Filippo Fava, sostenne l’affidamento del lavoro ai figli, che accettarono di realizzare la decorazione a fronte di un compenso estremamente contenuto. Di ben altro rilievo è invece il valore pittorico del ciclo, che si sviluppa come un fregio nella parte superiore delle pareti e si ricollega ai modelli stilistici recuperati e diffusi a Roma da Raffaello Sanzio e dalla sua cerchia.
In questa sala, con straordinaria capacità di sintesi narrativa, è rappresentata in quattro scene — ispirate al secondo libro delle Metamorfosi di Ovidio — la vicenda di Europa: la giovane figlia di Fenice e Telafassa, amata da Giove, viene rapita dal dio trasformatosi in toro e condotta sull’isola di Creta, dove dalla loro unione nascerà Minosse, mitico Re dell’isola.
La narrazione si articola in quattro momenti, inseriti come “quadretti finti riportati”, secondo la definizione di Malvasia: Giove, tramutato in toro, si lascia avvicinare da Europa; Giove si fa condurre dalla giovane; Europa sale sul dorso del toro; il ratto di Europa. Finti bassorilievi ai lati dei riquadri e decorazioni a grottesca completano il fregio, arricchendone l’impianto decorativo.
Rimane tuttora complesso attribuire con certezza la paternità dell’opera, o delle sue singole parti, all’uno o all’altro dei fratelli Carracci. Nel tempo, la critica ha avanzato diverse interpretazioni. Alcuni studiosi ipotizzano una ripartizione pressoché equilibrata del lavoro tra Annibale Carracci e Agostino Carracci; altri riconoscono una prevalenza di Agostino, mentre l’ipotesi oggi più accreditata attribuisce ad Annibale la realizzazione dei quattro riquadri dedicati a Europa e ad Agostino le decorazioni a grottesca.
Quest’ultima ipotesi attribuirebbe ad Annibale Carracci un ruolo di maggiore rilievo rispetto ad Agostino Carracci, pur riconoscendo nelle decorazioni a grottesca del camerino — per originalità e coerenza filologica — uno degli elementi di più alto interesse dell’intero fregio. Alcuni studiosi considerano inoltre la possibile partecipazione al lavoro del cugino Ludovico Carracci. Vi è tuttavia un consenso condiviso nell’attribuire ad Annibale il riquadro raffigurante Europa mentre sale sul toro. Al di là delle diverse ipotesi attributive, l’unico dato generalmente concorde riguarda la cronologia dell’opera. L’iscrizione datata 1584, presente in un’altra sala di Palazzo Fava alla base degli affreschi con le Storie di Giasone — ritenuti immediatamente successivi — consente di collocare la realizzazione del Camerino entro il 1583.
Di particolare interesse sono anche gli affreschi nella sala del ristorante dell’hotel, che raffigurano il mito di Fetonte, colto nell’istante della caduta, fulminato dalla saetta di Zeus e incorniciato da decorazioni a grottesca di ispirazione classica.
In questo caso, la questione attributiva si presenta più complessa e rimane tuttora aperta. Si ritiene che la decorazione preceda l’intervento dei Carracci, escludendo quindi l’attribuzione a pittori come Francesco Albani o Bartolomeo Cesi, attivi in Palazzo Fava in una fase successiva, fino alla fine del Cinquecento, e impegnati nelle Sale dell’Eneide al piano nobile. È stata pertanto avanzata l’ipotesi di un autore riconducibile all’ambito di Lorenzo Sabbatini, pittore manierista bolognese, allievo di Parmigianino e vicino a Giorgio Vasari, attivo non solo a Bologna ma anche a Firenze presso i Medici e a Roma in Vaticano.
100 Anni di Eccellenza
“Grand Hotel Majestic ‘già Baglioni’ – Bologna. Cent’anni di eccellenze” è un volume che racconta la storia, il carattere e l’eredità culturale dell’unico cinque stelle lusso dell’Emilia-Romagna.
Curato da Giancarlo Roversi, il libro raccoglie i contributi di autorevoli studiosi e firme della cultura italiana — Beatrice Buscaroli, Mario Fanti, Paola Foschi, Rosaria Greco Grassilli, Guido Lenzi, Carlo Monzani, Stefano Quarenghi, Daniela Sinigalliesi — che, attraverso prospettive diverse, ricostruiscono il ruolo del Grand Hotel Majestic “già Baglioni” come luogo simbolo della città.
Ho sempre visto nel Grand Hotel Majestic «già Baglioni» uno dei simboli più immediati di Bologna senza alcuna soggezione rispetto a quelli più decantati, prime fra tutti le Due Torri. E questo perché il vecchio «Baglioni» non costituisce un’espressione cristallizzata della città, ma una delle sue incarnazioni più vive e ne riflette l’anima più schietta, la sua vocazione all’accoglienza, l’art de vivre, il gusto per il bello e per la qualità della vita.
Cavaliere del lavoro, MARIO BANDIERA